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IL SABATINO.it
Lingua italiana
Un saggio del Prof.Bruno Villata
L’italiano comune parlato a Montreal
Presentando la lingua italiana, parecchi manuali scritti nella Penisola informano i lettori
che essa è parlata in Italia, in Isvizzera, nello stato del Vaticano, nella Repubblica di
San Marino… e anche dalle comunità italofone residenti in numerosi paesi dei vari
continenti.
entrato in contatto con esponenti di dette comunità.  Infatti, essendo soggetto alla forte
pressione delle lingue dei paesi in cui si trovano le collettività in questione, l’italiano
comune usato nell’ambito delle varie comunità costituite da oriundi italiani non
corrisponde mai alla lingua ufficiale della Penisola. E proprio per questa ragione la
parlata degli italofoni stabilitisi all’estero varia da uno stato all’altro e, a volte, anche da
una città all’altra di uno stesso paese. Per esempio l’italiano comune usato in
Germania è diverso da quello del Sud Africa che a sua volta è diverso da quello dell’
Australia o del Canada, mentre la parlata italiana di Montreal è differente da quella di
Ottawa o da quella di Toronto.
D’altronde quanti si interessano dell’italiano parlato all’estero, hanno coniato dei nuovi termini
per indicare la varietà della favella italiana in uso in alcuni paesi. Già prima della  metà del
secolo scorso, l’italiano parlato dai nostri emigranti negli Stati Uniti era definito con il termine
italo-americano. In questi ultimi tempi sono sorti neologismi quali italiese per indicare l’italiano
parlato dalle persone emigrate in paesi in cui si parla inglese, italiesco per definire la lingua
comune degli Italiani emigrati in Germania, mentre per l’italiano comune di Montreal, ormai da
alcuni decenni, è in uso il termine italianese. Voce che sottende un fenomeno piuttosto
particolare di lingue in contatto, perché in questa metropoli l’italiano subisce la pressione di
due lingue forti : il francese lingua ufficiale del Quebec e l’inglese lingua ufficiale del Canada.
Per avere un’idea dell’italiano parlato a Montreal, si pensi a un continuo di tante varietà di
lingua mutualmente comprensibili, ai cui estremi da una parte si trova l’italiano ufficiale (A) e
dall’altra i dialetti (B).
La varietà A  è usata da molte persone, parecchie delle quali non sono neanche di origine italiana. E
a Montreal sono numerosi i cittadini di altre nazionalità che usano attivamente questa lingua, perché l’
hanno appresa per interessi culturali, professionali o perché hanno soggiornato nella Penisola.
La varietà B si usa soprattutto nelle interazioni tra parlanti che provengono da una stessa regione.
Dunque essa cambia secondo la regione di provenienza dei locutori. Paragonati ai corrispondenti
dialetti  ancora usati in Italia quelli di Montreal presentano alcune caratteristiche particolari. La più
importante è che, oltre ad avere un carattere più arcaico, le parlate regionali in uso nella metropoli
quebecchese presentano un lessico ricco di voci derivate dal francese e dall’inglese. Solitamente
questi termini si riferiscono a concetti, situazioni ed oggetti che non si trovavano nella cultura dei
soggetti considerati al momento in cui si erano stabiliti in Canada, già verso la fine dell’Ottocento.
Come tutte le lingue, anche questa varietà può avere livelli differenti e, quando la si parla tra le pareti
domestiche, il lessico può essere diverso da quello usato nelle interazioni con estranei.
Tra queste due varietà estreme se ne trova una terza, M per media, che corrisponde ad una specie di
koiné, cioè una lingua comune, usata parlando con estranei o nelle interazioni tra soggetti che
provengono da regioni diverse. Detta koiné, che appunto abbiamo chiamato italianese, sembra
allontanarsi dai dialetti per avvicinarsi all’italiano ufficiale, è ricca di voci e di strutture prese a prestito
dal francese e dall’inglese, lingue forti.
Nel contesto montrealese la conoscenza attiva anche di una sola delle tre varietà
sopraindicate permette di capire le altre. La comprensione può essere difficoltosa se si
conosce solo una delle varietà estreme e non si ha alcuna competenza del francese e dell’
inglese.
Benché l’influenza delle lingue forti si manifesti soprattutto a livello lessicale, va detto che in
alcuni casi la pressione del francese e dell’inglese può riguardare  anche la grammatica, la
sintassi e la fonetica.
Naturalmente i fenomeni più appariscenti sono quelli che concernono il lessico, e gli
specialisti sono soliti dividere questi fenomeni in varie categorie. Le più importanti sono i
prestiti, i calchi semantici, i calchi traduzioni e le interferenze.
Il prestito linguistico consiste nell’inserimento di una lingua nel lessico di un’altra. Secondo il
linguista svizzero Ernst Tappolet, morto nel 1939, i prestiti possono essere di lusso o di
necessità. Nel primo caso la parola straniera non sarebbe necessaria perché sostituisce un
termine equivalente esistente nella lingua d’arrivo, mentre il prestito di necessità si ha
quando quando la voce indicante l’oggetto, il rapporto o il concetto in questione è
sconosciuta alla cultura sottesa dalla lingua che riceve il prestito.
In genere i prestiti rilevati nell’italianese, siano essi di lusso o di necessità, sono sempre integrati al suo sistema morfofonetico con l’aggiunta di
Bruno Villata – Nota biografica