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IL SABATINO.it
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Zona Centro
Scuola Adulti
Sede PICAI
Ritorna a Scuole
Un Rotolo a quattro zampe
      di Michèle Emond (studentessa di un corso avanzato del Picai Sede)

- "Torneremo alla fine del pomeriggio." Con queste
parole Nicole avverte la mamma che, sulla porta di casa,
prima di lasciarci andare, ci ispeziona dalla testa ai piedi
per verificare  se siamo ben pettinate, se i nostri vestiti
sono abbastanza puliti. Abbiamo ottenuto il permesso di
andare al Sanatorio per vedere le pazze  e ci siamo vestite
come per andare in chiesa.
- "Forse le suore non vi consentiranno di vederle
oggi, siate discrete e  molto gentili!   Camminate, mi racco-
mando, sul lato della strada che sale al Sanatorio, le mac-
chine vanno così veloci!"
- "Sì, mamma, si passerà lungo la ferrovia." Abbiamo
fretta di uscire perché sentiamo piangere Renée  mentre
scende le scale.
- "Voglio venire anch’io, portatemi con voi, arrivo…!"
Mamma sospira e si stringe nelle spalle. Spiega a Renée
che lei è troppo piccola, il posto è troppo lontano. Per me
e per Nicole è un impaccio perché vogliamo fumare nel
bosco e tanto  più non abbiamo bisogno di una spia.  Ma
mia sorellina Renée ha un piano: "Andrò con loro e  mentre le  aspetterò leggerò il mio libro."    Renée ha un talento per trovare soluzioni a suo
vantaggio.   Ci piace  nostra sorella, ma lei s’intromette, non smette di fare domande, finge di capire, e, soprattutto, parla per tutto il tempo. Non  
per niente la chiamiamo Chiocciatta.
Andiamo. Per farle capire che non siamo felici di stare con lei, non le parliamo, come se non ci fosse.  Ma, arrivate alla ferrovia, Nicole  inizia a
cantare  una canzone di Pierre Lalonde: Rom dom dom wa la dou,  E’ tempo di vacanza, ripetiamo dopo di lei, non sappiamo tutte le parole della
canzone per cui  ripetiamo il solito ritornello.
La pagina di Michèle
Nicole ci fa ridere facendo certe facce. Passiamo vicino al campo di baseball e sentiamo dei ragazzi che fischiano verso di noi, ma facciamo le
superbe, guardiamo davanti a noi perché non desideriamo scherzare con quei ragazzi lì. Strada facendo  divago un po’ qua e là  per controllare
tra le piante  i lamponi, ma il frutto è ancora grigio all'inizio di luglio.  Così camminiamo una buona mezz'ora sulla strada ferrata prima di essere
nei dintorni del Sanatorio che si vede lassù, sopra di noi. Ai piedi della collina, attraversiamo il recinto di cedro e ci troviamo ai margini del
bosco. Dovremo salire un po', è scivoloso, il terreno è bagnato, non c'è sentiero, ma vediamo l'imponente facciata di mattoni gialli, sulla cima
della collina. Ci fermiamo per riprendere fiato, c'è un tronco d'albero morto per sedersi. Nicole toglie le sigarette dal suo reggiseno. Io ho i
fiammiferi in tasca. Renée fa un piccolo sorriso, imbarazzato, finge di non vedere nulla. C’è calma nel bosco, è oscuro. Il sole ritaglia macchie di
luce tra gli alberi, c’è un profumo di fresco. Nulla si muove. Siamo un po' timorose, Nicole e io guardiamo con un certo sospetto intorno a noi,
tirando le nostre sigarette, ognuna di noi non vuole trasmettere quel senso di paura  alle altre due con le storie di strani rumori, di waboo
vaganti nei boschi. Dobbiamo rimanere normali, come se fossimo a casa. Nicole mi chiede chi avrei scelto come amico tra i giocatori di baseball.
Io non lo dico ma,  per quanto mi riguarda, ho notato in particolare il lanciatore coi capelli lunghi e biondi. Lei, il più grande, quello che ha
colpito la palla quando siamo passate. Il suo nome è Marcel.  Stacco un foglio di corteccia di betulla enorme davanti a noi. Abbiamo deciso di
nascondere un tesoro. Renée recupera foglie d'acero, Nicole porta un ramo di sorbo con le bacche ancora verdi, io aggiungo un pezzo della
scatola di fiammiferi e  seppelliamo tutto nella corteccia alla base dell'albero. Nicole incide le nostre iniziali sulla corteccia per segnare la
posizione del nostro nascondiglio con un pezzo di ramo. Questo è più o meno riuscito e ci dispiace di non avere un coltello vero in tasca.
Si riprende il percorso e siamo già sul retro dell'edificio. C'è un recinto abbastanza alto, metallico, si deve superarlo per entrare nell’ospedale.
C'è uno strano dispositivo in mostra nella hall, la mamma ci ha parlato di una macchina per respirare. Un polmone d’acciaio, nome adatto a
questo grande macchinario. È impressionante, è grigio, grande, rotondo, sembra una bara. C’è una foto, senza dubbio, questo è il Dott.
Boucher che l’ha inventato tale quale  all’immagine sul giornale accanto alla macchina.  Una suora della Sapienza  ci viene incontro,
preoccupata di tanta curiosità intorno alla macchina. Cammina in fretta e non sembra tranquilla. Ci uniamo con le mani davanti a noi, come
facciamo sempre a scuola quando incontriamo una suora. Funziona! Sembra un po’ meno tesa.
- "Venite a vedere qualcuno della vostra famiglia? C’è qualcuno qui che ha il permesso di ricevere visite?"  La suora, data già per scontata la
risposta che non c’è niente e nessuno da vedere, ci prende per le spalle e ci spinge verso l'uscita. Ma Nicole aveva già preparato il suo
discorso. Le spiega che il signor Lévesque, che lavora in ospedale, ha detto che potevamo visitare le pazienti. Questa non è la prima volta che
veniamo, conosciamo  Sabine, una malata. La volta scorsa, quando siamo arrivate, il signor Lévesque ci stava aspettando nella hall e ha detto
alle suore che eravamo lì per divertire le donne.  Lavora al piano degli uomini, ma sa che i pazienti sono così soli che pensano ai visitatori come
loro parenti. Sentiamo allora che la suora ripete la stessa cosa:  -“Potete salire al secondo piano sulla destra, potete fare del bene, ma se
qualcuno di loro chiede della famiglia, ditegli che tutto va bene, a casa, tutto è corretto, che arriveranno presto”.  Renée chiede se può andare
al piano di sopra. La suora  esita e le dice di andare nel giardino d'inverno, lo trova più adatto per una bambina. Possiamo vedere l'ingresso
della veranda alla fine del corridoio, sentiamo  risate e grida di bambini.
- "Vedo che hai portato un libro,  potresti  leggere qualcosa ad uno dei nostri piccoli pazienti!"  Renée corre verso il portico senza voltarsi a
guardare noi.   
Seguiamo la suora. Nella camera da letto, ci sono almeno sei posti letto.  Riconosciamo immediatamente Sabine, l’avevamo già incontrata la
volta prima.
Lei sorride, ma si scusa di non ricordare il nostro nome. Tira fuori il suo pacchetto di sigarette. Vede che siamo in imbarazzo a fumare in
presenza di altre donne, così lei ce le  presenta. Nei primi due letti, ci sono due donne, ci guardano con uno sguardo strano,  come se stessero
dormendo ad occhi aperti. Mi sento come ghiacciata, le mie gambe sono rigide e bloccate a terra. Queste due donne non sembrano essere
vecchie, ma sembra che siano paralizzate. Dev'essere una malattia che non conosco. Sabine mi prende per un braccio per portarmi via. Ce n'è
un’altra che si allontana dal suo letto quando ci vede, con un buffo tic storce la bocca.  
-"Lei, non parla con nessuno" ci dice Sabine, "Non è colpa sua, lei non parla con la gente ma solo alla bambola nascosta nel suo letto."   
L'ultima signora, ci fa un po’  paura avvicinarci al suo letto,  non è normale, non ha braccia ed è anche senza gambe, forse è seduta  sotto le
coperte, ma si capisce che non può muoversi. Lei ha dei  monconi come mani, alla fine delle spalle, che superano il suo pigiama.   Io so che le
vittime della polio esistono e anche seriamente ma questo è spaventoso, mi basta guardarla per aver paura che si muova. La signora deve
sospettare che siamo molto imbarazzate, ride e parla più forte. Parla di Michel Louvain, lei lo conosce bene, lui è già venuto a trovarla e ha
cantato una canzone solo per lei. Michel Louvain ha scritto la canzone Louise solo per lei, questo non è uno scherzo! Fingiamo di crederle, lei
sembra così grave, soprattutto perché ha iniziato a cantare la sua canzone con tutte  le parole giuste. Sabine ci dice che questa è la sua
migliore amica in ospedale.  
- "E’ lo stesso, non è pazza, neanch’io, io non sono pazza, sono epilettica."  Nel dire questo, si allontana dal letto di Louise e ci conduce alla
veranda di questo piano, non c'è nessuno in questo momento. Si respira meglio ora che siamo fuori dalla stanza. Si può vedere tutta la città giù
per la collina e anche il fiume, all'orizzonte. Sabine ci mostra la chiesa, la scuola delle suore, il cimitero e il caseificio. Si siede su una sedia a
dondolo, ci dà una sigaretta e fumiamo insieme. Nicole le dice che ha i capelli belli, biondi, come l’oro, lunghi.
-"I tuoi capelli sono alla moda, Sabine!". Sembra che le dia fiducia e, ancora una volta, ci racconta la sua storia. I suoi genitori l’hanno messa in
ospedale perché aveva crisi epilettiche a casa, spaventava gli altri bambini, ma quando tornerà a casa, i suoi genitori  troveranno un lavoro per
lei, come badante. Le piace fare i lavori di casa, passare la scopa sul pavimento, è con questi piccoli lavori da pochi soldi che si paga le
sigarette. Le chiedo dove vive la sua famiglia. Viene da Price, il villaggio più vicino, le dico che mio padre potrebbe conoscere la sua famiglia.  
E' diffidente, non ci dice il suo nome, i suoi genitori non sarebbero felici se lei ce lo dicesse. Io non insisto. Lei tira fuori un pacchetto di lettere
dalla tasca del grembiule, ne apre una per leggercela. Deve essere di sua madre. Fa caldo nel giardino d'inverno e la voce di Sabine comincia
a delirare. Parla, come se stia parlando a qualcuno che non c'è. Sappiamo, Nicole e io, che quando la gente delira,  finisce spesso per perdere
il controllo, ci guardiamo l’un l’altra e,  allora d’intesa, diciamo che dobbiamo ritornare a casa. Sabine non dice niente, si dondola  un po' più
lentamente  come se stia cercando di dirci qualcosa. Poi riprende il suo ritmo normale guardando indifferente attraverso la finestra. Usciamo in
silenzio. Giro per il corridoio, ci sono altre stanze, come quella di Sabine. Ci sono locali in cui la porta è chiusa, immagino dentro altre disabili
come Louise, altre ragazze in attesa delle loro madri, o intrappolate in una camicia di forza. Alla fine del corridoio c'è una porta con un grande
cartello: No Trespassing. Zona contagiosa.
Nelle scale che scendono al primo piano, incontriamo l’infermiera Bélanger, la conosciamo, vive all'angolo della nostra strada. Lei è sollevata di
vederci. Ha visto nostra sorella sola e le sembrava strano, allora l’ha fatta sedere  nel salotto delle suore. Ci siamo un po' dimenticate di nostra
sorella, in ogni caso io sono ancora impressionata dalla visita a Sabine ed alle sue compagne di stanza. Mi chiedo come facciano le infermiere
e le suore a prendersi cura di queste donne e di ascoltare i loro racconti. Mi sembra che questo ospedale sia un mondo di menzogna e di
grande tristezza.  E' come a casa nostra quando  i miei genitori litigano, noi facciamo finta che  sia tutto normale, andiamo a letto a piangere un
po',  ma poi a casa, non è sempre così, ci sono sere in cui ci dimentichiamo di questi litigi, di mio padre arrabbiato, di mia madre che piange, di
noi, bambini, che non sappiamo cosa fare, ma ci sono giorni normali, in ogni caso, più normali.
Renée è così eccitata, si precipita verso di noi per mostrarci un regalo che le ha dato un’indiana : una specie di cinturino in pelle ricamato con
perline blu. L'indiana, l’ha incontrata sulla veranda, ha giocato a carte con lei, e Renée ha pettinato i suoi capelli. Non capisco se era una
ragazza o una donna, Renée ripete che questa è la sua amica, lei non parla molto francese, poche parole, ma ha tanti capelli, come una
bambola, neri, neri. Lei ci porta sulla veranda per farci incontrare la sua amica, ma  non c'è più. Lasciamo l'ospedale e prendiamo la strada
maestra che scende verso Mont-Joli. Canto la canzone Louise, burlandomi, come la cantava Louise. Nicole mi dice di smettere, che io non sono
per niente divertente e continuiamo quasi in silenzio. Chiocciatta racconta la storia della sua bambola indiana, non le crediamo veramente: lei
viene da Sept-Iles, avrebbe avuto la tubercolosi ...
Tornate a casa, Nicole dice: «Mamma, ti portiamo indietro un pazzerello, si
chiama il Signor Rotolo, un Rotolo a quattro zampe!» Mamma non dice nulla,
sul momento, sospira ma poi dice qualcosa del tipo:  «Mi dite cosa ne
facciamo di un cane così vecchio?>> Chiocciatta, pur sapendo che gli animali
danno un sacco di lavoro, si sente insultata e difende il suo cane: « Rotolo,
non è vecchio, è molto piccolo!” Ma mamma sembra essere ben informata: -
« Ha tutti i denti e gli occhi gialli quasi ciechi, quel cane! Non è certo
giovane!». Esaminiamo il cane più da vicino. E’ vero che la sua bocca non ha
un buon odore, ma i suoi occhi, come si può immaginare cieco? Facciamo
degli esperimenti per verificare se è davvero cieco, ma non lo sembra, ci
segue fuori e corre intorno alla casa. Rotolo si stanca molto e alla fine si
accascia ai piedi del ciliegio con la lingua tutta fuori. Mamma chiama Renée e
le da una pentola di acqua per far bere il cane. Ci rendiamo conto che
abbiamo vinto. Il cane rimarrà.
Colui che sarà più felice è Réal, perché anche se Renée è quella che
addormenta il cane nella sua carrozzella, è con mio fratello che va più d’
accordo. Quando  va in bicicletta, Rotolo  inizia a correre dietro di lui con le
sue piccole zampe corte, abbaiando. Non si può fare nulla per impedirglielo. –
“E’ chiaro che questo è un cane che servirà a recuperare le mucche”, dice
mia madre.
Passando attraverso una fattoria nel mezzo della collina, un piccolo cane  tutto tondo, bianco con macchie gialle, come frittelle sulla pelle liscia,
inizia ad abbaiare e a seguirci. Renée gli dice di andare a casa... la sua casa è lontana,.. ora si perderà, ma il cane continua a seguirci. Cerco
di spaventarlo, parlando ad alta voce, ma corre tra le gambe di Renée. Il suo padrone esce da casa, le mani sui fianchi. Lo chiama. Noi, non ci
muoviamo, allora è lui che scende le scale e grida che possiamo tenerci il cane maledetto. Non è di buon umore: «Portatevelo via, portatevelo
via, se rimane nella strada, finirà sotto a una macchina» Ci si sente quasi obbligate a tenerlo. Renée finisce per prenderlo in braccio, è così
piccolo che si addormenta, la testa e le gambe incollate sulla sua spalla. Dico che la mamma non sarà contenta di vederci con un cane, ma lei
non ascolta, sta già cercando un nome per il suo cucciolo.
Poi, un giorno, non molto tempo dopo il suo arrivo, il cane si ammala. I bambini più piccoli vanno al parco per vedere Rotolo riposare sotto il
ciliegio, come al solito. Ma lui giace, ansimando. «Ha  mangiato qualcosa di velenoso», dice la mamma che ha già tirato fuori dalla rimessa la
pala per seppellirlo. Sono diffidente. Mamma non sempre dice la verità. Vado a vedere il cane, geme. Ha macchie rosse sulla pelle e puzza
davvero molto. Mi guarda con i suoi occhi scuri, le gambette tutte rigide, e improvvisamente mi ritorna quel nodo allo stomaco che mi aveva
assalito nella stanza di Sabine. Comincio a canticchiare la melodia della canzone Louise, piano, piano.
Italo Calvino a proposito del suo libro “Le città invisibili” ha scritto: “Le città invisibili sono un sogno che
nasce dal cuore delle città invivibil
i”

Sussurri degli anziani sulla panchina di una città invisibile.

di Michèle Emond (studentessa di un corso avanzato della Sede del Picai).


Mont-Joli è una cittadina dell’est del Quebec; si dice la porta della Gaspesia. Oggi, dopo tanti anni, non
riconosco più la strada principale. I piccoli negozi: l’Oiseau bleu,  il 5-10-15, da Santerre, il cinema
Aboussafy, l’Hotel Jacques Cartier e il barbiere, tutti sono spariti. Un ampio parcheggio sinistro circonda
un supermercato nel centro.  La macelleria della mia infanzia è diventata un orco e ha mangiato il cuore
della città. Nella piccola via Dollard dove abitavo, la vecchia fattoria dei Sirois e il loro frutteto sono stati
rasi. Rimane una mela come una reliquia della giumenta grigia con cui condividevamo le prime mele che
cadevano a terra.  La casa bianca del giudice con il suo portico ombreggiato è anche lei scomparsa. Un
HLM, un garage due volte più grande delle case circostanti, tutto grida la bruttezza.
Mi rifugio nel vecchio cimitero per ritrovare coloro che riposano al riparo dei demolitori. Lì, la vecchia
griglia nera, antiche iscrizioni, nomi dimenticati, Wilfrid, Alice, Albanie, Lorenzo, i miei genitori, me li
ricordo seduti in cucina con i loro abiti di tutti i giorni, la nonna con i suoi capelli rossi intrecciati, mio
padre che fuma, mamma che culla il più piccolo.
In questo mondo perso che vive nel mio cuore, la Signora Cantin stende il bucato fuori, sulla corda, al
vento rumoroso, il Signore Guilbeault lancia cattivi sguardi ai fiori dente di leone dei vicini. Il cavallo del
lattaio è già andato via, le mie sorelle e io aspettiamo il camion del fornaio Landreville, sfogliando le
margherite. Quale dei due fratelli verrà oggi? Richard, il più timido, dagli occhi calmi, o Pierre, con il suo
sorriso affascinante? Lui mi ama, non mi ama, un po’...
A volte, in estate, i pic-nic, le avventure in bicicletta, la spiaggia scistosa, sassosa e il freddo del mare
che arrossa le nostre gambe,  vera gioia. Il più delle volte, d’inverno, la scuola, le battaglie e le grida in
casa, le mani gelide della povertà che soffocavano i nostri sogni romantici indovinati leggendo i libri,
sogni d’un altro mondo, di un luogo dove vive la speranza.
Guardando gli affreschi che adornano le pareti della città e che ricordano il suo passato, mi sono resa
conto che avevo raggiunto Isidora, la città dei sogni di cui parlava Marco Polo. Mi vedo già seduta sul
muretto con gli anziani, guardando e mormorando insieme a loro al passaggio della gioventù. Su queste
pareti, riconosco musicisti, attori, eroi popolari della mia infanzia e mi siedo in mezzo a loro, orgogliosa di
condividere le loro passioni: scrivere, sognare, far rivivere i sogni.
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LA MORSA,  Luigi Pirandello
Commento di Michèle Emond  (studentessa di un corso avanzato
del Picai Sede)

La Morsa è una pièce in un atto  di Pirandello, scritta nel 1892. Porta
anche il titolo : Epilogo di un amore. Il tema è il triangolo amoroso e,
come anche dice il titolo, la forte pressione psicologica da parte del
marito sulla moglie per farle ammettere il tradimento.
Nella scena iniziale, la moglie Giulia e l’amante Antonio sono insieme,
da soli. Giulia teme che suo marito abbia visto il gesto tenero di
Antonio, amico della coppia, verso di lei e possa aver intuito il loro
amore. L'amante la rassicura e  lascia la scena prima dell'arrivo del
marito, Andrea.
Andrea, che ha già scoperto il tradimento  interrogando  Antonio nel
corso di un viaggio di affari, ciò però lo veniamo a sapere alla fine
della pièce, vuole vendicarsi.  Accusa sottilmente Giulia che non
regge e  alla fine confessa  il suo legame. Il marito  le dice di aver
sempre dubitato del suo amore, poiché lei proviene da una famiglia
benestante che lo ha sempre rifiutato, anche se lui ha avuto molto
successo nel mondo degli affari e nonostante che ora offra una vita
agiata a lei e ai loro due figli.  Andrea le ordina di andarsene; la
caccia da casa e le rifiuta di vedere i figli prima di partire. Giulia lo
implora. Il marito le dà un'altra crudeltà che la fa disperare : le mostra
Antonio, in attesa sul marciapiede davanti a casa. Antonio sapeva
già che Giulia e Andrea avrebbero avuto una discussione sul
tradimento, ma lui non aveva avuto il coraggio di prevenire Giulia.
Giulia esce fuori dalla stanza e si sente un colpo di pistola. L'amante
arriva di corsa, ha sentito lo sparo, Giulia è a terra morta e Andrea
gli dice : “Tu l'hai uccisa!”
La Morsa è la storia di una vendetta, un delitto d'onore, riparatore
dell’onore violato col tradimento, ritenuto legittimo. È un tema
comune nella letteratura siciliana, prima della legalizzazione del
divorzio in Italia.
Si riconosce lo stile particolare  di Pirandello, il dialogo psicologico
allusivo, vivace, incalzante ma anche oppressivo,  come una morsa
che non allenta la presa. È anche una critica all'ipocrisia della
borghesia,  classe che Pirandello ritiene  incapace di sentimenti veri,
profondi e di generosità.

Febbraio 2013