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Evoluzione della Lingua francese

Si parla spesso di salvaguardare la lingua francese nel Québec. Questo risale ad un fatto
storico di primaria  importanza per molti quebecchesi che non vogliono dimenticare la
Resistenza  dei loro antenati dopo la conquista britannica. I conquistatori avevano creduto
che i francesi sarebbero stati più felici se avessero parlato  l’inglese.  Avrebbero  voluto
cambiare l’identità del popolo della Nuova-Francia che chiamavano The province of
Quebec. Ma poco a poco, hanno dovuto imparare che  si può vincere sul campo di
battaglia con le armi, si possono incendiare le case, si può comprare il mondo con i soldi,
ma non è possibile cambiare il cuore e la lingua di un popolo che resiste perché vuole
conservare la sua identità.   
Ecco perché si parla ancora oggi di salvaguardare la lingua francese in terra d’America.  
Però, che cosa significa salvaguardare la lingua francese? Una lingua non è un oggetto da
museo. È vivente solo quando la gente la parla ogni giorno, a scuola, a teatro, al lavoro,
alla TV. E quando una lingua vive, è normale che si sviluppi con i cambiamenti della realtà,
dei modi di pensare. Il lessico si arricchisce con nuove parole e altre parole spariscono. La
sintassi e la pronuncia cambiano. Bisogna solo guardare  alla tv la trasmissione delle  
Belles histoires des pays d’en haut e paragonarla con La galère per rendersi conto del
cambiamento.  
Molte sono le cause del cambiamento di una lingua. Il contatto con altre culture, l’influenza
degli scrittori, del cinema, della tv, la ricerca di una vita migliore. Ad esempio, il femminismo
ha portato un nuovo modo di pensare alle relazioni tra uomini e donne.  Ha scoperto che la
lingua spesso rifletteva il sopravvento maschile sulle donne  e che era possibile  inventare
dei modi di dire per esprimere i cambiamenti. Oggi non è più strano dire : madame la
ministre, madame la première ministre, la professeure, l’auteure… Non era il caso, quarant’
anni fa.
Un altro esempio di cambiamento è quello della tecnologia. Ogni giorno si inventano nuovi
gadget e bisogna inventare delle parole per parlare di questa tecnologia. I quebecchesi
amano inventare delle parole come : courriel, pourriel… e usare le parole : ordinateur,
logiciel, tablette… invece di accontentarsi delle parole inglesi. È un tipo di evoluzione e di
resistenza nello stesso tempo. Le lingue immutate sono le lingue morte come il latino o il
greco antico. Le lingue viventi si sviluppano. Ma non è detto che l’inglese sia l’unica lingua
da parlare.
La pagina di Jocelyne Rioux
La Moka

Tra le centinaia di prodotti italiani di gran  successo che sono
in vendita nel mondo, quello che mi piace di più è la moka.
Prima di acquistarne una, ero come un’anima in pena.  Avevo
seguito la moda del caffè istantaneo, poi quella del caffè
filtrato, poi quella del  caffè Bodum e, dopo un viaggio in
Grecia, mi ero messa a preparare il caffè turco.  Ma non ero
mai soddisfatta. Mi mancava qualcosa. Ero stanca di dover
uscire ogni mattina per bere l’espresso al bar italiano.
La moka ha cambiato la mia vita. L’ho comprata all’aeroporto
di Napoli, dieci anni fa. Da allora, non conosco più questa
gran fatica di alzarmi la mattina, mi sveglio sempre di buon
umore perché so che dopo qualche minuto, sentirò il gluglu
della moka che mi annuncia il primo buon caffè della giornata.
La moka è il mio bene più prezioso. La porto sempre con me
quando vado negli Stati Uniti o quando affittiamo uno chalet
nella regione di Charlevoix. Mi è già successo di chiedere a un
ristoratore americano di prepararmi un caffè con la mia moka.
Era stupefatto ma ha accettato perché gli avevo promesso di
pagare  cinque dollari  questo caffè che a lui costava solo un
piccolo lavoro.  
Ah, moka mia, tu sei l’amica fedele, quella che non mi tradisce
mai, che si prende cura di me e mi rende le idee chiare.
Macchinetta mia, benedetto il tuo creatore, Alfonso Bialetti.
"Nel mare ci sono i coccodrilli"
di Fabio Geda
Recensione e commento di Jocelyne Rioux

In Italia si parla molto dei problemi dell’immigrazione soprattutto quando arriva a Lampedusa una barca
piena di clandestini. Gli italiani si sentono spesso invasi. Questi stranieri sono diversi dai turisti abituali che
deambulano nelle strade di Roma o di Firenze. Non hanno soldi per comprare il
made in Italia. Sono
È in questo contesto che dobbiamo apprezzare il romanzo di Fabio Geda,
Nel mare ci sono i coccodrilli.
Dopo la lettura del romanzo, uno non può più guardare il migrante clandestino nella stessa maniera, con
indifferenza o disprezzo. Geda racconta la storia vera di un bambino dell’etnia hazara che è stato
abbandonato da sua madre al confine dell’Afghanistan e del Pakistan e ha vissuto del suo lavoro,
viaggiando clandestinamente attraverso il Pakistan, l’Iran, la Turchia, la Grecia; è arrivato finalmente in
Italia. Perché la madre l’ha abbandonato? L’ha fatto per salvare suo figlio dalla schiavitù e per dargli una
possibilità di sopravvivere. L’ultima notte prima dell’abbandono ha dato tre consigli al figlio : non drogarti,
non rubare, non usare le armi. La mattina, la mamma era partita.
Il romanzo scritto a
quattro mani racconta come i Talebani avevano chiuso la scuola di Enaiatollah, davanti
ai bambini, uccidendo il maestro coraggioso che non voleva ubbidire. Racconta anche come Enaiatollah si
è arrangiato per sopravvivere nel suo viaggio. Ha lavorato duro, è stato sfruttato molto, è stato umiliato dai
barbalunga, ma lui non parla con la rabbia . Ha sofferto la paura, la fame, la fatica, ma non fa la vittima.
Mostra piuttosto il suo riconoscimento verso le persone che l’hanno aiutato, gli amici che ha incontrato
perché nella sua terribile avventura, ha incontrato delle persone brave e generose.
lingue nel mondo. L’ho letto in francese e in italiano. Posso dire che la traduzione è fedele. Nelle due lingue, lo stile è semplice e bello. L’edizione
italiana è più didattica, è commentata con diverse spiegazioni sull’Afghanistan e sui rapporti tra le diverse etnie in questo paese. Queste note non
si trovano nell’edizione francese. Il lettore francese deve conoscere l’Afghanistan per capire bene perché Enaiatollah si è ritrovato nella sua
situazione.

L’incontro con l’autore

Il 15 settembre, sono stata invitata alla libreria Gallimard di Montreal per incontrare l’autore. Fabio Geda era venuto a Montreal per la
pubblicazione del suo libro in francese. E la libraria Gallimard aveva organizzato un’incontro informale con l’autore e qualche lettore.

Fabio Geda ha spiegato la situazione delle diverse etnie in Afghanistan. Ha detto che gli Hasari erano vittime dei Pashtun che si comportavano
come dei maestri. Ci ha detto che l’eroe del suo libro era dell’etnia Hasara e questo spiega molto la sua storia.

Il padre di Enaiatollah è stato costretto a lavorare per i Pashtun. Doveva andare a cercare della merce in Iran e portarla in Afghanistan. Durante
un viaggio lui è stato assassinato e la merce è stata rubata. I Pashtun hanno reclamato i soldi alla famiglia del padre, una famiglia povera che non
poteva pagare niente. Allora hanno minacciato di prendere Enaiatollah e di usarlo come schiavo. La mamma l’ha nascosto in un buco. Un giorno il
buco è diventato troppo piccolo per nascondere Enaiatollah che aveva  circa 10 anni. Io dico circa perché non si sa l’età esatta di Ennaiatollah.

Fabio Geda ci ha detto che ha incontrato Enaiatollah a una riunione a Torino quando faceva la pubblicità del suo primo libro. Il giovane straniero
ha cominciato a parlare della sua storia, e allora Fabio Geda ha avuto subito il desiderio di scriverla. Ci ha detto che questo ragazzo afghano era
molto intelligente e raccontava la sua storia con calma, sobrietà e ironia. Tutte e due si sono messi d’accordo per fare un libro insieme e sono
diventati amici.

Fabio Geda abita a Torino dove lavora con i ragazzi che hanno problemi di disagio. È abbastanza giovane, è nato nel 1972, e gli piace giocare a
calcio. Ci ha detto che condivide i diritti d’autore con Enaiatollah che vive anche lui a Torino e studia. Adesso Enaiatollah può vivere in pace. È
stato aiutato da una famiglia italiana. Ha il permesso di soggiorno perché è considerato come rifugiato politico. Ha imparato a leggere e a scrivere l’
italiano. Ha 22 anni e vuole studiare Scienze politiche.

Fabio Geda ci ha spiegato che ha scritto il suo libro soprattutto per i giovani, per fargli capire che gli immigranti possono essere persone di grande
valore come Enaiatollah. Ha voluto che il suo libro fosse letto nelle scuole per cambiare la percezione che i ragazzi hanno degli immigrati
clandestini che sono visti dagli Italiani come delinquenti, criminali. Queste persone clandestine spesso non hanno avuto altra scelta che viaggiare
tra le mani dei trafficanti di esseri umani. Sono forti, eroi, non criminali. A dire il vero, non sono immigrati clandestini sono rifugiati politici e il loro
caso è previsto dalla costituzione italiana.

Ho domandato a Fabio che cosa ne pensava del problema dell’immigrazione in Italia e di tutti questi clandestini che arrivano a Lampedusa. Lui mi
ha risposto che il problema è molto esagerato dalla parte dei politici attuali. Gli immigrati formano una piccola percentuale della popolazione
italiana. Non sono tanto pericolosi come li presentano spesso i politici e i giornalisti.

Dopo avere salutato Fabio Geda mi sono detta che c’è ancora qualche speranza per l’Italia e per l’umanità. E non vedo l’ora di vedere il film della
regista Francesca Archibugi che si è interessata al libro di Geda.

Jocelyne Rioux