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La pagina di Luce
Una vacanza  speciale
                                                                                     
Ricorderò sempre il mese di maggio del 2006.
In quel tempo avevo un'amica americana, della Florida, che stava in Costa
Rica per un lungo trattamento dal dentista (E’ meno costoso in Costa Rica
che negli Stati Uniti).  Mi aveva invitata a fare un giro dicendomi quanto
fosse bella la Costa Rica con il mare, la montagna e tutti i bei colori della
natura. Finalmente mi ha convinta e ho deciso di andarci.

Quando sono arrivata all'aeroporto di Costa Rica ho visto su un grande
schermo un video che faceva la pubblicità del luogo. Si potevano vedere
le bellezze del paese e le molte cose da fare come turisti. Ricordo le
magnifiche vedute delle spiagge, delle passeggiate a cavallo sulla
montagna e i numerosi turisti che facevano il salto “Bungi” da un ponte
sopra un rio. Ero affascinata, tutto mi pareva interessante e invitante.Poco
dopo, sono arrivata all'albergo dove era sistemata la mia amica. Era un
albergo per giovani, con stanze da $10 per notte. Devo dire che il prezzo
mi conveniva. C'erano alcuni pensionati ma la maggior parte dei turisti
aveva piuttosto fra i 17 e i 22 anni.
Tutti i giovani mi parlavano con molto entusiasmo della loro esperienza di fare il salto “Bungi”. Mi
mostravano foto e video e, devo ammettere, tutto mi pareva molto seducente. Ma, alla mia età,
pensavo che sarebbe stata una follia saltare da un ponte e avevo un po' di paura di rompermi la
schiena. Ma loro mi  hanno spiegato che l’ età non importava, che era una cosa sicura, che la corda
per saltare era doppia e che la parte interna era fatta di gomma. Così, il salto non faceva male e
non era pericoloso.Davanti a tanto entusiasmo e rassicurazione credo che per un momento ho
pensato di avere 20 anni e ho deciso di andare sul ponte per vivere anch’io questa esperienza. Ero  
con due altre persone. Prima mi hanno fatto pagare e firmare una dichiarazione che diceva che ero
l'unica persona responsabile se fosse successo qualcosa di inaspettato. In quel momento, il cuore
ha cominciato palpitare forte. Ho provato a fare della buona respirazione come avevo imparato con
lo yoga e mi sono calmata un po'.

Poi, mi hanno messo una cintura attorno al corpo. Questa cintura era legata alla corda che poteva
essere per taglia media o robusta, secondo la persona, la sua morfologia o il suo peso. C’era anche
una catena alle caviglie legata alla corda principale. Tutto con un sistema di cinghie.
In seguito, mi hanno detto come salire sulla tavola o
plancia, tenendo una parte della corda fra le mani e l'altra,
più importante, fra i piedi, senza guardare giù. Mi hanno
spiegato come lanciarmi, con le braccia aperte e verso il
cielo, lasciando la corda delle mani e hanno contato:
Cinque! Quattro! Tre! Due! Uno! Zero! Allo zero sono
partita verso il cielo... Non posso dire quanto tempo ho
volato così sopra il rio. E’ stata una sensazione
indescrivibile di libertà con tutta la fiducia che niente di
negativo mi sarebbe potuto succedere.
Poco dopo la corda si è allungata e avevo la testa giù e il
corpo faceva piccoli salti con l'elastico della gomma e, allo
stesso tempo, oscillavo come un pendolo sotto il ponte e
sopra il rio. Quando il pendolo si è fermato, o piuttosto
quando era più lento, una gru di carico mi ha dato un'altra
corda con cinghia per aiutarmi a rimettermi nella posizione
corretta e alzarmi per il ritorno sul ponte.Tutto è andato
benissimo, la prova è che oggi sono qui. Mi hanno dato un
video del salto, delle foto, e anche un “Certificato di
Coraggio” che dice che ho fatto un salto di 265 piedi.
Questo salto, me lo ricorderò sempre. E’ stata per me una
esperienza indimenticabile. Quando ho paura, ci penso. Ce
l'ho fatta!

Luce Bernard
(studentessa di un corso avanzato del Picai)
(Novembre 2012)
Utilizzo delle espressioni idiomatiche facendo riferimento al corpo
                                             
      di
Luce Bernard (studentessa di un corso avanzato della Sede Picai)
                                                                                                                   


Una visita

Ieri sera, sono andata a visitare Marco. Mi ha detto che non stava bene, che non aveva
chiuso occhio
la notte passata, che gli girava la testa e che non aveva messo il naso fuori di
casa
tutto il giorno. Marco è un uomo in gamba, ma gli piace un po’troppo alzare il gomito nel
bere.

Non mi piace
mettere il naso negli affari degli altri, ma siccome mi considero una sua buon'
amica, preferisco
dirgli le cose in faccia piuttosto che alle spalle. Gli ho parlato a quattr'occhi
e gli ho spiegato a lungo quanto fosse pericoloso continuare così. Gli ho detto che
ne avevo
fin sopra i capelli
dei suoi problemi, che dice sempre di bere solo due dita di vino, ma
quando va al bar, purtroppo
ha la gola secca e le mani bucate per tutta la serata.  Ho
provato a spiegargli che se continuerà così, potrebbe perdere il lavoro e, con una
famiglia
numerosa sulle spalle
, non sarebbe possibile campare alle spalle dei suoi genitori.

Ho aggiunto che tutti
noi l'avremmo aspettato a braccia aperte nella ditta, che tutti noi
sappiamo quanto
ha buon naso negli affari, quando vuole. Quando c'è una decisione
importante da prendere nel negozio, tutti
siamo tutt'orecchi ad ascoltarlo. Gli ho detto anche
che non avrei raccontato niente di questo incontro: “
Acqua in bocca! E a domani!”

Di solito, questo tipo di conversazione
gli entra da un orecchio e gli esce dall'altro, lui vuole
fare sempre di testa propria
. Ma questa volta, ha appena aperto bocca durante tutto
l'incontro, credo che sia rimasto con
un palmo di naso. Non se l'aspettava. Chissà che
succederà?

Novembre 2012
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Suicidio al Vecchio Porto

                                             di Luce Bernard

Quella domenica c’era un bel sole, il tempo era gradevole così decisi di andare a passeggiare al
Vecchio Porto. C'era molta gente sulla banchina del molo. Gente  venuta da ogni parte che
camminava qua e là lentamente e piacevolmente.  Stranamente, questo bagno di folla mi
trasmetteva un gradevole rilassamento, di cui avevo bisogno, dopo il trimestre un po' tumultuoso  
che avevo appena completato. Il giorno prima infatti, avevo finalmente partecipato ai festeggiamenti
dei neolaureati all'Università.  Avevo ricevuto il mio diploma in “Scienze della Salute” e devo
ammettere che mi sentivo molto orgogliosa, sentivo anche il bisogno di riflettere su tante cose.
Seduta su una panchina all’estremità del molo, esaminavo con attenzione il mio diploma, era
piacevole stare al Vecchio Porto da sola e allo stesso tempo circondata da tanta gente.
Ma, mentre ero persa nei miei pensieri, guardando il fiume, notai in lontananza un barcone che stava passando. Vidi allora un oggetto strano
scivolare dal ponte e cadere nel fiume. Mi misi a fissare quel punto nero all’orizzonte, e più lo guardavo,  più la cosa s’ingrandiva. Lentamente ma
sicuramente l'oggetto, ora di forma allungata, scivolava dentro l'acqua e stava venendo verso la banchina. Quando quella forma flottante mi si
avvicinò a pochi metri, un grande panico mi assalì nel constatare che non era una cosa ma piuttosto un corpo, benché quasi irriconoscibile. Era
impossibile  dire se era un uomo o una donna. I capelli, né corti né lunghi, senza lucentezza, parevano  rovinati dal sale del mare. Era ugualmente
difficile descrivere il suo abbigliamento  che assomigliava ad un sorta di tappezzeria. Malgrado tutto, il  viso, non so perché, richiamò la mia curiosità.
Interpellai alcuni passanti che mi erano vicini per farli partecipi della mia scoperta. Ma con mia grande sorpresa, nessuno vi prestò attenzione.  Devo
precisare però che al Vecchio Porto, ci sono acrobati,  musicisti,  piste ciclabili, tante distrazioni e, ci sono anche molti bar e ristoranti ...,  tutto era  
molto più interessante che prendere in considerazione un oggetto, forse anche un cadavere sconosciuto che galleggiava.  Dunque, mi rivolsi  a un
agente di polizia che sorvegliava tutt’intorno la zona.  Mi guardò con uno sguardo incredulo e divertito, pareva che non capisse quello che gli stavo
dicendo . Gli mostravo il cadavere che galleggiava proprio davanti ai nostri occhi ma lui, come se fosse cieco, appena reagiva.. nondimeno, però,
con un' indifferenza metodica, fece il suo dovere.
Stranamente, sentivo che dovevo andare fino in fondo a questa scoperta. Dovevo seguire il poliziotto,  andare all’obitorio e assistere all'autopsia. Mi
fu abbastanza difficile convincere  l'agente dell'importanza di questa mia presenza al laboratorio dell’Istituto di Medicina Legale,   ma infine, ci riuscii.
Dentro di me stavo pensando che fra poco avrei finalmente  conosciuto l'identità di questa persona misteriosa.

Il patologo e i suoi due assistenti avevano indossato i loro camici bianchi e infilato  i guanti di gomma sterili per procedere all’autopsia. Tutto era
pronto per scoprire l'enigma della morte: gli strumenti chirurgici, i bisturi, gli scalpelli, la piccola sega rotonda, la bilancia, le soluzioni per conservare i
campioni, gli aghi grandi,  il filo,  il quaderno per scrivere le osservazioni. Un forte odore di acido picrico e di formaldeide  si spargeva  nella stanza,
ma ero abituata. Avevo già assistito a numerose autopsie durante i miei periodi di tirocinio  per cui non mi faceva impressione e non avevo paura.

Nel rapporto preliminare della polizia, veniva  segnalato che il corpo ripescato era coperto di carta.
L'assistente responsabile aveva annotato ogni referto con dovizia di particolari e con precisione sul  quaderno, aveva allegato una  profusione di
fotocopie, di fogli scritti al computer, di fogli scritti a mano con matita e con penna.  Tutto era legato al corpo esanime con una molteplicità di plichi
tenuti insieme con graffe,  fermagli, scotch e cordicelle. Ce n'erano anche nella bocca e nel naso del morto, questo avrebbe potuto ostruire le vie
respiratorie. Era in parte per questa ragione che il corpo era irriconoscibile. Malgrado tutto, aveva un non so che…, un'aria familiare. Facevo delle
congetture, pensando di avere possibilmente conosciuto questa persona una volta, ma dove o quando, non mi veniva in mente  niente. Dopo un
esame minuzioso delle parti esterne alla ricerca di elementi probatori sullo stato del corpo, il patologo concluse che l'assenza di segni esterni di
violenza sul corpo lasciava credere, per il momento, che si  trattava piuttosto di un suicidio che di un omicidio, ma  che si doveva procedure all'esame
interno per saperne di più.
Maneggiato da mano esperta, lo scalpello allora fece una lunga incisione dalla tiroide al pube, e fu a questo momento che si  poté  vedere dell’
inchiostro blu e del inchiostro rosso sgorgare,  seguito da un liquido tipo quello di un correttore bianco. Questi fluidi diversi provenivano senza
dubbio dai vasi sanguigni venosi e arteriosi, e dal liquido linfatico rispettivamente.
Dopo avere inciso un grande taglio attraverso  i differenti strati di tessuto, si poteva già  intravedere che c’era anche all’interno del corpo, oltre agli
organi, tutto l'arsenale di uno burocrate scribacchino, un “bilanciavoro”.
Con l'aiuto di  poderose forbici, il patologo spezzò la cassa toracica per osservare meglio gli organi interni e le viscere. Si poté ora osservare che
tutto era seppellito sotto  dei bloc-notes,  calendari, scadenzari,  copie di modelli di lettere.  
Ugualmente, tutta la superficie interna del corpo era rivestita da una stessa firma esperta, ma appena leggibile. Si poteva constatare che le ultime
lettere erano “ld”. Sotto la firma, si potevano leggere anche, chiaramente stampate le parole seguenti  “Agent di contr...”. Gli specialisti non
potevano  decifrare  che cosa volesse dire  ”contr...” ma erano d'accordo che senza dubbio, voleva dire “Agente di contravvenzione”  o “Agente di
contrabbando”. C'erano anche scolpite sul fegato e la milza  le abbreviazione “Meno...” o “Mono...” in numerose copie stampate. Era impossibile dire
a questo punto se era un riferimento a “Mononucleosi”, abitualmente considerata come una malattia dei giovani o a Menopausa, corrispondente a
una tappa della vita di persone più anziane.
Secondo lo stato delle arterie, la vittima poteva avere fra i trenta e  i quarant’ anni. Ma, non c'era dubbio, era sicuramente il corpo di una donna
poiché nella regione del perineo, si poteva osservare il piccolo segno “F”, indicatore affidabile del sesso femminile. Il cuore, un po’ atrofizzato, pareva
essere stato soggetto a molte pene d’amore. Si potevano osservare numerose punte di freccia di Eros, mal alloggiate.  Una cicatrice, più
impressionante  delle altre, lasciava credere che la vittima era stata sottoposta a un attacco  più disintegrante negli ultimi anni.  Questa cicatrice
lasciava balenare un dubbio sul movente del suicidio, se di fatto, fosse stato davvero  un suicidio.
Tuttavia, per l'eminente professore e i suoi assistenti,  la diagnosi era diventata lampante.
Era un caso classico di “Disgustositis acuto fulminantis”, un caso raro ma documentato bene. In quelle circostanze le persone si danno la morte per
evitare la “Burocratitis fulgurans”che, si diceva, si trasforma in una condizione totalmente  insopportabile.  Più ascoltavo il rapporto del patologo e le
osservazioni dei suoi assistenti e più osservavo i piccoli indizi,  più mi sembrava di riconoscere questa persona. Ma mi mancavano ancora alcune
chiavi di lettura.
Un esame dettagliato dei vari organi di locomozione rivelò la presenza di un passaporto fatto in molti pezzi.  Un' osservazione meticolosa delle ossa,
articolazioni e muscoli, permise di   dedurre che questa persona aveva viaggiato molto. Con estrema minuzia l’assistente poté ricostruire alcuni pezzi
importanti del puzzle: Culubia, 197., Mala..., 1977, Ind..asie, 1986, Tecnic. di lab........, Mogolia, 1987, isolie, 1990...  Ah, comprendevo tutto, ora.
Avevo conosciuto questa persona nei miei viaggi in  Culubia e in Malakia negli anni settanta e in Induasia 1986,  in Mogolia 1987, e più recentemente
in Bisolia.  Ma che coincidenza…., però non potevo  ancora identificare concretamente questa persona..

Stranamente, riconoscevo qualcosa di sempre più familiare e con grande sorpresa man mano cominciavo a realizzare che questa persona avrei
potuto essere io. Infatti, avevo lavorato come “Agent de contr...” cioè “Agente di contratti”, le mie iniziali  terminavano con  “ld”, avevo già lavorato
come “ Tecnic.. di lab.... cioè “Tecnica di Laboratorio” e avevo avuto la “mono... “ cioè la “mononucleosi” a vent’ anni. Ma se ero io, che ci facevo lì?
Come potevo essere viva e morta allo stesso tempo. E perché mi sarei data la morte? Il mio cuore era solido malgrado la mia vita movimentata e tutte
le pene d’amore. Il mio medico me l’aveva detto.                                                                                                   Comunque, si è dovuto esaminare
meglio la parte interna del cervello per avere la conferma delle mie supposizioni.
A questo punto si è dovuto ricorrere alla piccola sega rotonda per tagliare la calotta cranica e ispezionare il motore supremo del grande “Io”.  Lo
spettacolo era davvero affascinante. Come    nei libri di anatomia-patologia, si poteva riconoscere la sostanza grigia periferica dove risiedono
l'intelligenza, la volontà e i centri di riflesso per le emozioni di gioia, tristezza o di dolore. Un po' più al centro, c'era la sostanza bianca conduttrice
degli influssi nervosi, motore e sensorio. Il sistema aveva finito di funzionare e, curiosamente, ancora una volta, si ritrovava della carta. C'erano molti
biglietti d'amore nel sito delle funzioni fantasmatiche e oniriche. L'assistente responsabile, annotava metodicamente ogni piccolo pezzo di carta dopo
un esame meticoloso.
Ma quello che richiamò di più l'attenzione fu la sede della memoria. C'era lì una apertura molto grande che corrispondeva, senza dubbio al “buco
della memoria”, una cavità più profonda della media, aveva precisato il patologo. Nel fondo di questo spazio si poteva distinguere chiaramente un
piccolo nastro di colore rosso. Con l'aiuto di una minuscola  pinzetta  e con una destrezza esperta, il  patologo riuscì a rilevare un nuovo indizio. …  
“Che ora è? Che ora è per favore?”… C'era una specie di pergamena  legata con un nastro rosso. Srotolando la pergamena, lo scritto s’ ingrandiva
da sé, di modo che si poteva vedere chiaramente un sigillo ugualmente di colore rosso e con l'iscrizione latina: “Fides Splendet et Scientia”
C'era la “Pièce maitresse!” Avevo capito tutto. La suicida, era io. Avevo finalmente dato la morte al mio personaggio di  “Agente di contratti”,  
affogato nelle scartoffie e nei rituali dell' “amministrazionitis, e stavo  inaugurando il mio nuovo travestimento. Nello stesso istante, suicida,  patologo
e i suoi due assistenti si volatilizzarono.                                                                       
Mi ritrovai ancora seduta sulla panchina del Vecchio Porto con il mio diploma nelle mani, decifrando un' iscrizione latina su un sigillo di colore rosso. Il
punto nero all’orizzonte era sparito   e il barcone stava ancora passando. Un giovanotto mi stava toccando il braccio chiedendomi:     “Che ora è?
Che ora è, per favore?”  

dicembre 2012